E ora?
Cuori di vetro e cuori di bronzo
COPERTINA
Sopra un momento di una scena centrale del film “Andrej Rublev” (1966) di Andrej Tarkovskij. È in corso il sacco di Vladimir, truppe tatare avanzano con l’aiuto di un principe russo ribelle contro il proprio fratello.
La popolazione si è riversata nella Cattedrale della Dormizione, le cui pareti sono interamente affrescate, e attende gli eventi. Fuori i tartari e i collaborazionisti russi stanno per sfondare il portale con un ariete.
Siamo nel 1408 e la Russia (allora, Rus’) è devastata dalle incursioni dell’Orda d’Oro mongola, che sta per sottomettere, con l’aiuto del principe traditore, Vladimir, la città principale del Principato di Mosca.
Nel film Tarkovskij introduce una figura inquietante. Il principe ribelle e quello legittimo hanno lo stesso volto, sono interpretati dallo stesso attore, Yuri Nazarov. Potere e tradimento sono anime gemelle.
La folla raccolta nella cattedrale attende in silenzio. Il pittore di icone, il monaco Rublev, è tra loro. Lo vediamo al centro dell’immagine con lo sguardo rivolto verso l’alto, come interrogando l’ignoto: E ora?
Buon giorno e buon inizio settimana.
Due grandi film filosofici compiono rispettivamente 60 e 50 anni. Sono “Andrej Rublev” di Andrej Tarkovskij, distribuito solo nel 1970 a causa della censura sovietica, e “Cuore di vetro” di Werner Herzog.
Vorrei ricordarli in questo anniversario soffermandomi sul tema che, per me, è il cuore pulsante di entrambe le opere e che continua ad accompagnarmi da quando li vidi per la prima volta: il E ora?
Dopo, il silenzio
E ora? È una delle domande più angosciose che si affacciano alla coscienza. Traccia il limine tra estrema consapevolezza e panico, tra lucidità e vertigine, un ordine si rompe e il nuovo non è ancora nel campo del visibile.
È la domanda che emerge davanti a una situazione, spesso improvvisa o imprevista, nella quale non si intravede ancora uno sbocco. Ma la posta in gioco è altissima, a volte esistenziale. Ha lo spessore di un trauma.
Non è difficile immaginare che, in queste ore, più di qualcuno nell’amministrazione americana si stia ponendo proprio questa domanda. Dopo un’azione avventata, anche i più sicuri iniziano a pregare.
E ora? non è solo una domanda operativa. È una soglia. Attraversarla significa entrare in un territorio ignoto, dove l’intelligenza diventa sofferenza, l’emotività tracima e perfino l’esperienza può tradire.
La storia individuale e la Storia stessa conoscono questo momento. Il politico che varca il suo Rubicone. Il leader che decide. Il paziente davanti a una diagnosi. Il vuoto di una perdita. È il silenzio che attende.
È anche il silenzio di Dio, il solco che il cinema di Ingmar Bergman ha battuto come pochi altri, dissodando per decenni questo territorio di indagine psicologica e metafisica.
La biforcazione
Eppure questa domanda, nella sua nudità, ha qualcosa di ineludibile. Inchioda alla realtà. Non permette evasioni. E ora? è forse l’unico interrogativo che non consente alibi, che non mente su dove siamo davvero.
Non tutti gli E ora? sono uguali. Alcuni arrivano come valanghe: non si è scelto il terreno, non si è scelto il momento. Si è semplicemente travolti. L’unica questione rimasta è come cadere, come rialzarsi e se rialzarsi.
In questi casi, perdita, malattia, catastrofe, l'attraversamento è necessità. Non si decide se affrontare la crisi. Si decide come starci dentro. Il ritiro è aggiungere una seconda perdita alla prima.
Con un atto di pietas e di devozione alla vita, Zarathustra prende sulle spalle il corpo dell’acrobata e attraversa il bosco per deporlo nel cavo di un albero. Quel gesto cambia il senso della sua missione.
Anche il giovane Werther tenta un attraversamento della sofferenza. Prova ad adattarsi. Ma la via che lentamente si costruisce davanti a lui è la progressiva eliminazione di tutte le alternative. Fino all’ultima.
Ci sono film che non smettono mai di parlarci. “Andrej Rublev” e “Cuore di vetro” sono tra questi. Cominciamo dal primo, un film complesso e radicato nella cultura russa. Due episodi ci guideranno, “Il silenzio” e “La campana”.
Il silenzio di Andrej
Il pittore di icone Rublev riesce a sopravvivere al massacro della Cattedrale della Dormizione. Si inginocchia come stordito tra i corpi dei feriti e dei morti, mentre le pareti dell’edificio devastato fumano ancora.
Ai piedi dell’iconostasi, ormai semidistrutta dal fuoco, Andrej è irriconoscibile: gli occhi infossati fissi nel vuoto, una cicatrice scura gli riga il volto, la tonaca è strappata, la mano destra avvolta in uno straccio intriso di sangue rappreso.
Ha una visione. Gli appare Teofane il Greco. A lui confessa di avere ucciso, nel caos dell’assalto, un uomo, un russo. Per questo non dipingerà più e si chiuderà nel silenzio, come penitenza e gesto davanti all’insensatezza del mondo.
«Non ho più niente da dire agli uomini», dice. Sa di avere trascorso la vita nella cecità. Ha lavorato giorno e notte per affrescare l’iconostasi e loro, i russi, gli ortodossi, l’hanno sfigurata e bruciata.
«Questi non sono uomini», conclude. Alla distruzione della sua arte e al saccheggio della cattedrale, dentro la quale ora nevica, segue la peste. E con essa la scelta definitiva del silenzio di Andrej.
La campana di Boriska
Siamo nel 1423 a Mosca sotto le mura del Cremlino. Rublev incrocia Boriska, un ragazzo a cui la peste ha portato via il padre, maestro delle campane. Con lui sembra essersi perduto anche il segreto della loro fusione.
Le guardie del principe cercano un fonditore per una nuova grande campana e il ragazzo si offre di realizzarla. Afferma di aver appreso dal padre il segreto della fusione. In realtà Boriska si attribuisce un sapere che non possiede.
Per mesi dirige uomini più anziani con determinazione, cerca l’argilla giusta, affronta intemperie, ribellioni, umiliazioni. Va avanti con furia cieca, sapendo di non avere scelta. È il salto kierkegaardiano nella sua forma più pura.
Il giorno della fusione il cantiere è circondato da migliaia di persone. Il metallo scorre nella forma. Il principe, il clero, gli ambasciatori, la folla attendono. Se la campana non risuonerà, tutto sarà perduto.
La campana viene sollevata lentamente e issata sull’impalcatura. Il battaglio oscilla e colpisce il bronzo. Per un istante sembra non accadere nulla. Poi il suono si apre nell’aria gelida e corre sulla pianura.
Rublev assiste alla scena. Il ragazzo crolla confessando di non conoscere alcun segreto. Dopo dieci anni si silenzio Andrej torna a parlare. Capisce che dipingerà ancora. Da quell’attraversamento nascerà un giorno la Trinità.
Il segreto perduto del rosso rubino
Se la coralità è uno dei punti di forza di “Andrej Rublev”, in “Cuore di vetro” di Werner Herzog essa raggiunge una dimensione totale, è la storia di un’intera comunità delle Alpi bavaresi del Settecento pre-industriale.
Il centro assoluto della vita del villaggio è la fornace di vetro, celebre per un misterioso rosso rubino, il cranberry glass. Un sapere fatalmente custodito da un solo uomo. Quando muore, il segreto muore con lui.
Da quel momento il villaggio scivola in uno stato ipnotico. Una grande ebetudine si impadronisce di tutti, gli abitanti si muovono come sonnambuli, compiono gesti insensati, vivono come se qualcosa dentro di loro si fosse spento.
Per dare forma a questo trauma Herzog fece recitare quasi tutti gli attori sotto ipnosi. Non una scelta stilistica, ma la necessità di mostrare dall’interno il collasso di una coscienza collettiva costruita intorno a una tecnologia.
L’Hüttenbesitzer, il proprietario della vetreria, è l’unico a non cedere all’apatia. Ma la sua è una veglia ossessiva e distruttiva. Cerca il rosso rubino perduto ovunque, fino a inseguirlo nel sangue dell’amata Ludmilla.
Hias, il veggente, è l’altra eccezione. Vede nel destino del villaggio la caduta dell’umanità intera, che ritorna alle origini per un nuovo viaggio verso i confini del mondo. Le sue profezie apocalittiche aprono un orizzonte di rinascita.
Cuori di vetro e cuori di bronzo
Il senso dei due film è quello della biforcazione dell’E ora?. I cuori di vetro scivolano verso l’entropia, il caos, la materia nera. I cuori di bronzo scelgono invece la ricostruzione di un senso, l’attraversamento della crisi, il salto.
Ogni epoca e ogni persona conoscono questo bivio. Quando il segreto del mondo e dell’esistenza sembra perduto, si può restare ipnotizzati davanti al vuoto oppure agire, rischiando, dentro di esso.
È qui che la domanda E ora? diventa una scelta: tra la fragilità del vetro che si lacera e ferisce e la solidità del bronzo che, come una campana, fa di nuovo risuonare il senso dell’esistenza.
Prima di andare
Epilogo dell’episodio della campana
La sceneggiatura di “Andrej Rublev”, scritta da Andrei Tarkovsky, è stata pubblicata in coincidenza con l’uscita della versione restaurata integrale del film. In Italia è stata tradotta da Garzanti nel 1992.
Si tratta in realtà di una sceneggiatura letteraria, con una vita propria rispetto al film. Mentre il film si compone di 8 episodi, il libro ne presenta 14: un testo che si legge come prosa narrativa, con descrizioni visive e un tono meditativo.
Dell’episodio della campana, il più esteso, che potete leggere integralmente qui, vi proponiamo l’epilogo: il momento in cui la campana finalmente risuona e il giovane Boriska si stringe singhiozzando a Rublev.
Boriska segue con gli occhi spalancati il movimento del pesante battaglio, ma all’improvviso le gambe gli cedono e cade a terra.
Il battaglio, del peso di dieci pud, arriva quasi a lambire il fianco della campana. Ancora una... e un’altra... e un’altra ancora... sempre più vicino a quel rame pesante, muto e arcano.
… Un suono enorme, denso e basso si stacca lentamente dalla campana fremente e fluisce sulla folla stupefatta.
Il colpo successivo risveglia le voci dei campanili intorno che gli rispondono con uno scampanio confuso e allegro.
La gente felice batte le mani, grida, straccia i berretti, si fa il segno della croce.
La campana continua a suonare, mentre la sua voce si addolcisce e sembra gridare una notizia solenne.
Il principe è gonfio di soddisfazione e si gira per ripararsi un po’ dal chiaro sole primaverile. Anche lo straniero, levatosi il cappello, si guarda intorno sorridendo e finge scherzosamente di essere assordato da quei rintocchi che sembrano voler continuare all’infinito.Boriska si alza da terra e, respirando convulsamente la fresca aria primaverile, se ne va senza sapere dove, scompigliandosi con entrambe le mani i capelli ispidi, mentre la folla gli fa largo, guardandolo entusiasta con un misto di curiosità e di diffidenza. Lacrime liberatorie e felici scorrono sul suo viso di bambino deformato adesso dai singhiozzi.
Boriska inciampa, ma qualcuno lo sorregge; soffocato dai singhiozzi, si stringe a un petto odoroso di fumo e di sudore, e ode una voce strana e roca, tranquillizzante e indistinta: «Basta... Bene... Va bene... Basta... Su, basta... È andato tutto bene...».
«Quella canaglia di mio padre, maledetto zuccone», singhiozza Boriska, «quel tirchio schifoso... non me l’ha detto il segreto, è morto, ma non me l’ha detto...».«Ma hai visto, ti è riuscito lo stesso... è andata bene...», Andrej accarezza con mani tremanti il ragazzo sui capelli, sul collo e sulla schiena magra di adolescente. Poi solleva gli occhi e incrocia lo sguardo di un uomo che indossa una vecchia tunica tatara e una tjubetejka sulla testa rasata.
È Daniil.
Il significato del rosso rubino
Siamo circa a metà di “Cuore di vetro” di Werner Herzog. L’Hüttenbesitzer, il proprietario della vetreria, riceve nella sua casa una misteriosa figura proveniente dalla terra del vetro rubino.
Durante la cena tra i due inizia una conversazione inquietante, alla presenza dell’inserviente Adalbert e, in parte, di Ludmilla, la compagna dell’Hüttenbesitzer. L’atmosfera è sospesa, quasi ipnotica.
Ecco la trascrizione del dialogo.
Hüttenbesitzer: Sei venuto fin qui a parlarmi del vetro rosso. Parla. Parlami del rubino.
Ospite: Il paese del rubino, il mio paese…
Lì tutti gli uomini danzano e vivono immersi nel colore della sua luce. Il sangue, la vita, ogni cosa è in quel vetro, in quel rosso, in quel colore.
La mia terra è unica: lì ogni cosa ha il colore del rubino.Pausa. Ludmilla serve una portata. Il silenzio è pesante.
Hüttenbesitzer: Il tuo racconto mi ha fatto capire. Adesso finalmente so quello che prima non sapevo. Posso vendere il mio segreto a tutti i fabbricanti di vetro.
Ludmilla trasalisce. Qualcosa le cade dalle mani.
Hüttenbesitzer (continuando) Così puoi fare anche tu. Io porterò il vetro rubino in cima alle rocce e lo getterò nel mare e l’acqua si tingerà.
Adalbert, hai capito bene?Adalbert: Sì, signore. Il mare si tingerà di rosso.
Hüttenbesitzer: Manderemo il vetro per via del mare. Prendete tutto il vetro nel magazzino.
E un’altra cosa: riempite di erba il divano e riportatelo ad Anna, la moglie del mastro vetraio, con dieci fiorini come risarcimento.
Ditele che non voglio che suo marito morto dorma all’inferno. Voglio che una schiera di angeli danzi intorno a lui.In uno stato di quasi trance l’Hüttenbesitzer si trasferisce nella fornace. Cammina tra i forni delirando e gesticolando sul proprio corpo.
Hüttenbesitzer. Ce l’ho. È qui. (si tocca i polsi)
Qui. (si tocca il braccio)
È dentro di me. (si tocca la testa)
Dentro di noi. (passa le mani sul corpo)
L’ho già affidato ai forni di Plossberg.L’Hüttenbesitzer è ora circondato dalle maestranze della vetreria, che hanno intuito le sue intenzioni. Gli uomini lo osservano minacciosi in silenzio.
La scena si sposta sull’ospite.
Ospite: Cosa dirà la signora Ludmilla quando tornerà nel nostro paese?
Entra il veggente.
Veggente: Lei non potrà dire più nulla.
Quando la signora scenderà dalla carrozza cadrà nel fango, senza più rialzarsi.



