Realtà e rappresentazione
Da Warburg a Epstein via Blow-Up

COPERTINA
C’era o non c’era quel corpo nel parco? Thomas, un fotografo di moda un po’ frivolo, lo ha fissato sulla pellicola durante una scorribanda in Rolls-Royce Silver Cloud cabriolet nella swinging London del 1966.
La Londra di sessant’anni fa che scorre generosa sullo schermo è molto diversa dall’attuale metropoli patinata. È una città più vivibile e concreta, fatta di lotti abbandonati, negozi di quartiere, studi improvvisati, club underground.
Qualcosa non quadra
Forse il rullino con gli scatti di Thomas nasconde un segreto? Sembra di sì. La ragazza che vi compare è inquieta, decisa a riprenderselo a ogni costo, senza riuscirci. Come se vi fosse una traccia compromettente, forse una prova?
Attraverso una serie di ingrandimenti, blow-up, sempre più sgranati, Thomas crede di intravedere dietro una staccionata un uomo armato e, in una siepe, la sagoma di un corpo disteso. Figure instabili, immagini appena leggibili.
Tenta di convincere un amico di aver scoperto un omicidio. L’amico, un po’ stralunato a un concerto degli Yardbirds, gli chiede: «Cosa hai visto?». «Niente», dice Thomas, inerme. Al mattino torna al parco a fotografare. Non c’è più niente.
Eppure quel corpo sembrava esserci, in un angolo remoto del Maryon Park, a Charlton. Thomas non lo ha soltanto fotografato, l’ha proprio visto la sera prima. Ora però c’è solo il prato erboso increspato dalla brezza mattutina.
Vedere non significa accadere
Arriva allora un gruppo di guitti. Due mimano una partita a tennis, gli altri osservano. Anche Thomas osserva gli scambi simulati. Una palla esce dal campo. Thomas la raccoglie e la rilancia. Entra nel gioco della rappresentazione.
Si ode ora il rumore degli scambi. La ripresa si distende in un campo lungo. Thomas scompare nell’erba. Fine. Si rimane con una domanda di fondo anche un po’ inquietante, si può credere a ciò che si vede o a ciò che è rappresentato?
La rappresentazione dovrebbe specchiare una realtà. Ma forse non la rivela, la produce nella sua totalità. Più si guarda, più l’immagine si dissolve. La realtà cambia nell’atto stesso dell’osservarla, del rappresentarla.
Sembra il principio di indeterminazione di Heisenberg, invece è “Blow-Up”, 1966, scritto da Tonino Guerra e Michelangelo Antonioni, con David Hemmings, Vanessa Redgrave, Sarah Miles e Jean Birkin, quella della borsa.
Buon giorno e buon inizio settimana.
Oggi vorrei provare a sviluppare alcune riflessioni, ancora un po’ incerte, sollecitate da Conspiracies, mostra in corso fino al primo maggio 2026 al Warburg Institute, parte della London University.
Il Warburg ospita una delle biblioteche più singolari e specializzate del mondo, che ho avuto la fortuna di scoprire e frequentare anni fa. Oggi, nella nuova sede di Bloomsbury, conta 360.000 volumi e 450.000 fotografie catalogate.
Un confine sottile
Questa biblioteca potrebbe davvero apparire come il paradiso dei cultori delle teorie cospirative, dei dietrologi, dei cercatori di indizi e segni a sostegno di una verità nascosta, forse più grande e più rivelatrice di quella tramandata.
Ma il Warburg Institute è anche il luogo d’elezione di una disciplina novecentesca ancora viva e fertile: l’iconologia, cioè l’indagine avviata proprio da Aby Warburg sui significati delle rappresentazioni di ogni epoca e civiltà.
In questo luogo, con una storia significativa, il metodo iconologico e quello cospirazionista arrivano a sfiorarsi pericolosamente, ma poi si separano in modo netto. È proprio questa linea di demarcazione che la mostra rende visibile.
Il lavoro di Warburg e della sua scuola connette le rappresentazioni per estrarre le strutture simboliche profonde della cultura di un’epoca; il pensiero cospirazionista usa connessioni simili, ma per costruire una realtà alternativa.
Warburg lavorava su grandi pannelli ricoperti di tela nera, il Bilderatlas Mnemosyne, sui quali fissava con spilli fotografie di opere d’arte, miniature di manoscritti, rilievi antichi, carte astrologiche, ritagli, francobolli, figurine.
Di questo straordinario atlante visivo della memoria, che traccia costellazioni di senso, si conservano all’Istituto 63 tavole. Il Bilderatlas appare oggi come un’anticipazione inquietante delle crazy walls dei complottisti.
Realtà alternativa e disvelamenti
Non sempre il pensiero dietrologico conduce alla costruzione di una realtà alternativa. Talvolta il dubbio è salutare, anche quando tange l’idea di complotto: di fronte a una realtà opaca produce qualcosa di diverso: un disvelamento.
È quanto accade in “Blow-Up”, ed è quanto è avvenuto, su scala planetaria, nel caso Epstein. Una realtà ambigua, aperta a letture multiple, ha condotto a una rivelazione fattuale che ha prodotto uno squarcio nel mondo contemporaneo.
In questa modalità, il metodo warburghiano e quello cospirazionista mostrano una matrice comune: entrambi muovono dall’idea che la mera rappresentazione della realtà non basti, e che sotto la crosta ci sia un significato maggiore.
Anche la realtà fattuale può allora essere letta come un deposito simbolico, dal quale estrarre frammenti per andare oltre la narrazione dominante, quella condivisa, raramente messa in discussione, egemone.
Ma spingersi troppo oltre in questo territorio è rischioso. Ciò che nasce come esercizio interpretativo può trasformarsi in una trappola cognitiva, quando il dubbio si irrigidisce e diventa sistema chiuso, autosufficiente, ideologico.
La mitologia americana del cospirazionismo
Non a caso il paranoico è una figura portante delle architetture narrative del romanzo postmoderno americano. Per Pynchon o De Lillo la paranoia non è una patologia, ma un dispositivo ermeneutico per smascherare verità di comodo.
Secondo lo scrittore Max Nussenbaum, il complottismo è un vero e proprio genere narrativo, una forma d’arte propriamente americana, radicata nella nascita stessa dell’identità nazionale. Nussenbaum scrive:
Dimenticate jazz, Broadway, fumetti o hip hop, per me le teorie del complotto sono la vera grande forma d’arte americana, nate da una diffidenza radicale verso l’autorità e da un’atavica, quasi costitutiva, cultura del sospetto.
L’America era il paese predestinato: una cultura del sospetto radicata, l’idea protestante di una verità affidata all’individuo, non alle istituzioni, e il Primo Emendamento come spazio pubblico dove tutto può circolare.
Si potrebbe dire che gli Stati Uniti nascano già dentro una teoria complottista. I Padri fondatori lessero come disegno ostile politiche di Giorgio III spesso improvvisate, frammentarie, meno intenzionali di quanto allora apparissero.
Se il complottismo è la grande arte americana, la sua opera madre resta la morte di John F. Kennedy. L’idea che Oswald non fosse solo attraversa decenni, cinema, libri e social media, entrando stabilmente nella narrazione nazionale.
La personalità e l’opera di Aby Warburg
Torniamo al Warburg. Aby Warburg, il suo fondatore, nasce ad Amburgo nel 1866, primogenito di una delle più potenti famiglie bancarie ebraiche d’Europa. Rinuncia ai diritti di successione per una sola cosa: libri, quanti ne vorrà.
Studia ad Amburgo, Bonn, Firenze e Strasburgo. La sua intuizione centrale è che gesti e formule visive dell’antichità sopravvivano nei secoli, riemergendo nelle immagini di ogni epoca come tracce operative della memoria collettiva.
Le sue ricerche corrono in parallelo a quelle di Gustav Jung, suo contemporaneo. Entrambi individuano simboli ancestrali persistenti, l’uno nella storia delle arti visuali, l’altro nella psiche. Percorsi diversi, visioni e conclusioni affini.
Ad Amburgo fonda una biblioteca unica. I libri non sono ordinati per discipline, ma per prossimità tematiche. Una scelta radicale, coerente con un pensiero per connessioni, rimandi, insiemi. Più da rete neurale che sequenziale.
La Prima guerra mondiale lo sconvolge. Ricoverato in clinica, sviluppa una patologia paranoica che lo spinge a credere che il medico curante voglia ucciderlo. Nel 1923 torna al lavoro, ma questa impronta non scompare.
Warburg muore nel 1929, prima della catastrofe nazista. Nel 1933 i suoi collaboratori trasferiscono l’intera biblioteca da Amburgo a Londra, salvandola dalla distruzione. Diventa così il Warburg Institute.
La mostra “Conspiracies”
La mostra Conspiracies nasce, secondo la curatrice Larne Abse Gogarty, dalla constatazione che frange apertamente illiberali abbiano colonizzato la cultura cospirazionista, trasformandola in una narrazione totalmente identitaria.
Una narrazione sovente delirante, sempre virale, talvolta apertamente suprematista e di parte che svuota quella cultura della sua funzione critica originaria e la riduce a strumento politico e di Kulturkampf.
Quattro artisti contemporanei cercano di confrontarsi con l’archivio del Warburg Institute, costruendo un ponte tra presente e memoria delle immagini, Hannah Black, Caspar Heinemann, Sam Keogh e Shenece Oretha.
Sam Keogh presenta collage ispirati ad arazzi cinquecenteschi, scocciati con nastro adesivo blu; Hannah Black costruisce una ruota medievale della fortuna accompagnata da una figura golemica di asfalto frantumato.
Caspar Heinemann affronta il caso Unabomber in un’opera multimediale sulla paranoia politica; Shenece Oretha riempie lo spazio con il rumore del respiro collettivo, richiamando l’etimologia di conspirare, respirare insieme.
Accanto alle opere contemporanee compaiono pannelli del Bilderatlas Mnemosyne dedicati a Fortuna e Fato, tracce di come l’Occidente abbia attraversato nei secoli l’incertezza del proprio destino storico.
La mostra non riabilita il complottismo, ma riflette su come sfidare le strutture dominanti di comprensione del mondo senza fabbricare nuove verità totali. Ingresso libero, Woburn Square, fino al primo maggio 2026, Londra.
Aby Warburg, Thomas di “Blow-Up”, Jeffrey Epstein. Tre modi di guardare oltre la superficie visibile, attraverso l’arte, la fotografia, le relazioni di potere, in un mondo dove le rappresentazioni raramente sono ciò che mostrano.
Prima di andare
La parete dell’assurdo di John Nash
Spostiamoci nel film “A Beautiful Mind” (2001), diretto da Ron Howard, con Russell Crowe come John Nash, Jennifer Connelly come Alicia e Ed Harris nel ruolo dell’agente Parcher. Nella clip sopra siamo a metà del film.
In un edificio separato dall’abitazione, il premio Nobel John Nash ha costruito una stanza dei segreti. Anni di lavoro clandestino, convinto di servire la sicurezza nazionale, al comando dell’agente immaginario William Parcher.
Quando la moglie Alicia e due colleghi del marito entrano, si trovano davanti a qualcosa di incomprensibile, le pareti sono ricoperte di ritagli, fotografie, documenti collegati da fili. Sul pavimento e ovunque, pile di riviste “Life”.
I fili collegano ogni elemento, immagini, articoli, numeri, lettere, sequenze. Una mappa immensa e intricata che Nash credeva rivelasse codici segreti sovietici nascosti nella stampa americana. Un capolavoro di una mente paranoica.
La stanza di Nash è un Bilderatlas impazzito, assurdo. Il confine sottile tra metodo e paranoia qui è già stato attraversato. La rappresentazione non rivela più la realtà, la sostituisce completamente… ed è malattia.


